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Stop al cognome del padre ai figli: cosa cambia in Italia

In Italia cambiano le leggi che riguardano l’attribuzione del cognome al figlio, con una storica sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittime le norme che regolano questo processo nell’ordinamento del nostro Paese. Nello specifico la Consulta si è pronunciata sulla legge che non consente di attribuire a un figlio il solo cognome della madre e su quella che, in mancanza di un accordo tra i genitori, impone il solo nome del padre, anziché quello di entrambi i genitori.

Come funziona l’attribuzione del cognome in Italia

In Italia, come è noto, il cognome viene assegnato al momento della dichiarazione di nascita per l’iscrizione del nuovo nato nel registro dell’anagrafe. Per prassi avviene in questo modo.

  • Se il neonato è figlio di una donna sposata, prende sempre il nome del marito, eventualmente seguito da quello della moglie se i due coniugi sono d’accordo.
  • Se il neonato è figlio di una donna non sposata, se viene riconosciuto dal padre prende sempre il nome di lui, eventualmente seguito da quello de quello materno se i due coniugi sono d’accordo. Al contrario prende il cognome della madre.

Il caso è stato sollevato da una giovane famiglia lucana per una storia di tre fratelli, i primi registrati col cognome della madre e il terzo registrato automaticamente con il cognome nome del padre perché nato dopo il matrimonio tra i due genitori. I due genitori avrebbero voluto registrare con il cognome della madre anche il terzo figlio — per renderli tutti uguali — ma gli uffici comunali si sono opposti e i magistrati in primo grado hanno dato ragione al Comune. A sottoporre la vicenda alla Consulta, a novembre dell’anno scorso, è stata la Corte d’appello di Potenza dichiarando «rilevante e non manifestamente infondata» la questione di legittimità costituzionale delle norme in materia, sollevata dagli avvocati Domenico Pittella e Giampaolo Brienza che hanno commentato: «Storico risultato. La pronuncia della Corte Costituzionale sul cognome del nato rappresenta una piccola rivoluzione».

Il popolo online (io per primo ci ho scherzato sopra), si è immediatamente rivoltato facendo notare, erroneamente, che questo non sarebbe stato il momento ideale, visto la perdurante crisi in cui il nostro paese versa dal 2019, per occuparsi di fatti apparentemente frivoli come questo in oggetto ed inoltre sottolineando il fatto che nel caso i genitori scegliessero di attribuire entrambi i cognomi al nascituro e questi facesse lo stesso, in futuro, con i propri e via proseguendo, si sarebbe giunti ad un numero esorbitante di cognomi per ogni individuo. Di fatto così non sarebbe e continuando nella lettura, comprenderemo il perché.

In realtà la stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel gennaio scorso ha condannato l’Italia per violazione del principio d’uguaglianza (perché negare la possibilità di trasmettere il cognome della madre discrimina le donne) e vuole allineare il nostro Paese agli altri europei, come Spagna, Germania e Inghilterra. In particolare ricalca il modello francese e prevede che i genitori possano scegliere se dare al figlio il cognome del padre, della madre o di entrambi, nell’ordine da loro stabilito. In caso di disaccordo stabilisce che vengano attribuiti tutti e due in ordine alfabetico. Inoltre per evitare che fratelli nati dagli stessi genitori abbiano cognomi diversi dispone che quello scelto per il primo figlio sia trasmesso ai successivi. Infine prevede che la persona con due cognomi possa poi trasmetterne ai figli soltanto uno.

La sentenza sarà, comunque, depositata nelle prossime settimane, e spetterà a quel punto al legislatore formulare nuove norme per adattare il sistema a quanto deciso dai giudici ed è possibile che ciò avvenga seguendo alla lettera quelle suggerite dalla stessa sentenza della Corte Europea, rendendo così inesistente il problema che tanto ha indignato la rete, ovvero l’ipotetico aumento esponenziale dei cognomi con il passaggio generazionale

Possiamo quindi dormire sonni sereni sapendo che i nostri discendenti non saranno obbligati a porre firme interminabili (sempreché il legislatore non decida in modo differente…).

 

 

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