Infuria la controversia (alimentando continue contraddizioni…) sulla strage avvenuta alla stazione ferroviaria di Kramatorsk, nella quale i civili in fuga dal Donbass sono stati bersaglio di un attacco missilistico. L’Ucraina e l’Occidente accusano la Russia e questa gli ucraini.

Controversia che vede, appunto, le usuali contraddizioni essere protagoniste. Subito, ad avvenuta strage, gli ucraini hanno denunciato i crimini russi. Poco dopo, la difesa dei russi, basata su un particolare sfuggito alle prime cronache: il missile piovuto su Kramatorsk era un Tochka – U, come evidenzierebbe una parte dell’ordigno rimasta integra, in dotazione all’esercito ucraino e dismesso dai russi.

Ma la replica ha creato una qualche confusione nella controparte, così, nella controreplica, la commissaria per i diritti umani del Parlamento ucraino, Lyudmyla Denisova, ha dichiarato che erano stati usati dei missili Iskander, peculiari dell’armata di Mosca (Ansa).

La precisazione ha fatto il giro del mondo, dal momento che si trattava della pistola fumante che inchiodava i russi, ma gli analisti hanno poi accertato in via definitiva che era un Tochka – U, da cui la nuova versione ucraina, cioè che questo missile è ancora usato dai russi.

Per alcuni si tratterebbe addirittura di una false flag russa per accusare gli ucraini, versione che contraddice la precedente: se quel tipo di missile lo hanno anche i russi, non avrebbe avuto l’effetto desiderato.

Inoltre, sul missile c’era l’odiosa scritta “per i bambini”: un particolare del tutto inutile nel caso di una false flag creata ad arte per accusare gli ucraini, per la quale era sufficiente il modello del razzo.

Difficile districarsi in questa ridda di contraddizioni, tra cui quella evidente con la strategia della guerra urbana dei russi, che resta mirata: se avessero voluto, grazie al controllo totale dei cieli, avrebbero potuto bombare a tappeto Mariupol prima di attaccare, un po’ come fecero gli Usa nell’attacco di Raqqa, completamente rasa al suolo prima dell’ingresso dei marines (Amnesty international).

Lasciando le contraddizioni, un particolare curioso: alcuni giorni fa tutti i media del mondo riportavano la foto di gruppo dei russi che avrebbero operato la macelleria di Bucha, identificati con tanto di nome e cognome. Un cronista ha appurato che almeno due dei soldati individuati non erano affatto  a Bucha, anzi non erano neanche intruppati nell’esercito russo. 

Adeso vengono fuori notizie più dettagliate che riguarderebbero il numero di serie del missile in questione, ma non possiamo averne certezza, non ancora fino ad ulteriore contraddizione, dal momento che la fonte è di origine russa:


Come certa ironia suscita una riga di un altro resoconto, stavolta relativo alla famigerata brigata di mercenari Wagner, che sarebbero comparsi a Donetsk. Finora, nonostante la presenza del gruppo fosse stata evocata nei resoconti di guerra, “nessuno li aveva mai visti ne tanto meno fotografati”, scrive Stefano Piazza sulla Verità… ma non erano a Bucha, come ha rivelato da Der Spiegel nel suo servizio che confermava le responsabilità dei russi nella strage?.

Contraddizioni a parte, resta che la situazione si fa sempre più ingarbugliata e che ormai non si parla quasi più di negoziati, ma solo di guerra, come se la vittoria sulla Russia fosse l’unica prospettiva per porre fine al conflitto.

Così Daniel Larison su Responsible Statecraft: “A Washington, ancora una volta, il fanatismo militare sta impazzendo. Nonostante i rovesci militari russi e il ritiro delle forze russe dalle vicinanze di Kiev, c’è un crescente strepito per iniziare una qualche forma di intervento militare occidentale nella guerra ucraina da parte di alcuni importanti analisti, esperti e persino alcuni giornalisti”.

“Secondo gli interventisti, gli Stati Uniti ei loro alleati sono già ‘in guerra’ con la Russia, nel pieno di una grande lotta ideologica, e non dovrebbero aver paura di intensificare e ampliare il conflitto”.

“[…] I cronisti che seguono la Casa Bianca sono implacabili nel tormentare l’amministrazione Biden per la sua riluttanza a entrare in una guerra aperta. Che si tratti dell’invio di Mig polacchi, dell’istituzione di una no-fly zone o di qualche altra forma di azione militare, molti giornalisti presenti alle conferenze stampa della Casa Bianca restano increduli quando viene affermato che il presidente non sta contemplando una guerra che potrebbe portare alla distruzione del nostro paese” (e del mondo, si potrebbe aggiungere).

I fautori della guerra alla Russia, continua Larison, brandiscono il precedente della Guerra Fredda, nella quale si è evitata una guerra nucleare, per affermare che un intervento americano non innescherebbe una risposta atomica. “È come se la prudenza e la moderazione delle generazioni precedenti ci dessero in qualche modo la licenza di comportarci in quel modo sconsiderato che i nostri predecessori hanno rigettato”.

E ancora: “Troppi analisti ed esperti occidentali stanno guardando al mondo ancora attraverso la lente degli anni ’90, quando il potere degli Stati Uniti era effettivamente incontrollato e poteva essere usato a piacimento. Gli interventisti non hanno problemi ad abbracciare il quadro della rivalità ideologica della Guerra Fredda, ma non vogliono essere limitati dai vincoli che le armi nucleari impongono sia agli Stati Uniti che alla Russia. Va benissimo dire che un altro governo non ha intenzione di usare armi nucleari, ma questa non è una determinazione che va testata attaccando le sue forze”.

Già, il punto è proprio questo, che tanto potere d’Occidente non è disposto a recedere da quel ruolo di padrone assoluto del mondo che ha ottenuto con la vittoria della Guerra Fredda.

Questo potere non accetta limiti, esattamente come non li ha accettati in questi ultimi anni quando quei limiti sono stati trattati come dei semplici ostacoli da abbattere, com’è successo con quei Paesi che hanno osato sfidare il suo ordine mondiale (Iraq e tanti altri).

Ma “non c’è nessun paragone tra un eventuale intervento in Ucraina e l’intervento in Bosnia o nella Guerra del Golfo – ammonisce Lierson -. I potenziali rischi conseguenti all’uso della forza in quei casi erano minimi rispetto ai pericoli che comporterebbe attaccare le forze russe alle porte della Russia”.

Eppure è così, si sta trattando la Russia come la Libia di Gheddafi, con un inquietante crescendo di follia. L’altro corno di questa situazione è che questa pletora di folli sono gli stessi che stanno gestendo il flusso principale delle informazioni di guerra, da cui le necessarie cautele.

Fonte: piccolenote.ilgiornale.it/

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